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NOTE

40 I fossati che recingevano a scopo difensivo Mediolanum si chiamavano “Fosse interne”.

41 Ottone Brentari Le vie di Milano Milano 1994, p. 105 (ristampa dello stradario del 1900): “Il nome di pantano venne a questa via probabilmente da ciò che la località, che era nel “brolo”, e proprio sotto alle mura, era pantanosa. Notisi che è qui presso la via Poslaghetto, che viene a dire dietro il piccolo lago; cosicché si può ritenere che in queste località si distendesse uno stagno e, in continuazione di esso, un tratto di terreno pantanoso”. Ritroviamo inoltre nel testo di Valentino De Carlo Le strade di Milano edizioni Newton Compton, Milano 1998, p. 333: “ … la zona si trovava all’esterno delle mura romane… Scomparso il Poslaghetto sotto i muri e gli asfalti di piazza Velasca, fra demolizioni e rifacimenti questa via [Pantano] s’è allungata… Bombardamenti e demolizioni hanno fatto piazza pulita della storia…”

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Fino alla metà dell’Ottocento, la piazza ora denominata «di san Giorgio», fra via Torino e via Nerino, si chiamava «piazza san Giorgio al Palazzo», dal nome della chiesa che era stata edificata sulle rovine del Palazzo Imperiale. Quindi i resti del Palazzo dovrebbero situarsi fra il Circo, il Foro e il Carrobbio, in una posizione marginale della città, vicino alle mura.
Nel circo, presso l’omonima via, si svolgevano i giochi più popolari dell’Impero, come le corse dei carri, che dividevano la totalità della popolazione in fazioni contrapposte. Destinato ad accogliere grandi folle, esso era anche il luogo in cui l’imperatore, approfittando dell’altissima affluenza, presentava se stesso ai sudditi.

Corsi d’acqua e vie di comunicazione
Fra le prime opere che i Romani intraprendevano dopo essersi insediati in una zona, oltre a quelle relative all’ampliamento della rete stradale con la costruzione di nuove vie, importanti erano gli interventi sul sistema idrografico, che riguardavano la costruzione di argini artificiali, la riattivazione di vecchi alvei, la bonifica delle zone paludose, lo scavo di canali per il drenaggio e per la navigazione. In epoca romana l’acqua serviva per le fognature della città e per facilitare i trasporti, e inoltre come elemento difensivo, e per l’irrigazione dei terreni agricoli e per i mulini.
Nei tempi antichi, lo stato naturale dei corsi d’acqua intorno a Mediolanum era tanto ricco quanto frastagliato. Dalle colline comasche, scendevano verso le pianure milanesi il Seveso e il Lura, che nel suo corso inferiore prendeva il nome di Nirone. Il Seveso toccava l’originaria sede di Mediolanum, attraversandola e andando poi a gettarsi nel Lambro; il Nirone sfiorava a occidente Mediolanum e pare andasse poi a morire nel Po. I due fiumi erano però troppo modesti per poter sopportare il peso della città. E pure il Lambro stesso nella sua parte meridionale non era che un corso nato da una roggia. Nelle montagne sopra Varese nasceva poi l’Olona, che però si teneva distante sette chilometri da Mediolanum. L’Olona venne quindi deviata e con un alveo artificiale fu condotta a confondersi con le acque del Nirone e da qui, dopo aver assunto il nome di Vetere, sfociava poi nella fossa che circondava le antiche mura della città
40.
La grande opera idraulica realizzata dai Romani con la deviazione delle acque dell’Olona le fece confluire, tramite un canale artificiale, nel fiume Lombra (poi Mossa) verso Lampugnano; all’altezza di piazza Tripoli, esse vennero deviate ancora verso Est fino all’ingresso in città mediante il canale Vepra, che percorreva le vie san Vincenzo e Gian Giacomo Mora fino a raggiungere piazza Vetra e congiungersi nel canale Vettabbia. La Vettabbia, che sfociava nel Lambro a Melegnano, essendo al tempo dei Romani navigabile e collegata al Po per mezzo del Lambro, consentiva a ogni tipo di mercanzia d’oltremare di giungere a Mediolanum (il Po scorreva allora molto più vicino a Mediolanum di quanto non accada oggi). Essa veniva utilizzata dai Romani anche per trasportare merci dal porto di Cremona. In epoca imperiale, quindi, Mediolanum presumibilmente disponeva di un porto, che la metteva in comunicazione con il Po e il mare Adriatico, situato forse in via Larga dove il terreno presenta delle depressioni
41 (che hanno dato luogo a toponimi come via Pantano). Tale ipotesi, pur confermata dai ritrovamenti di alcune banchine sostenute da palificazioni, non è però condivisa da tutti.
I Romani verosimilmente operarono in modo da arricchire la dotazione di acque della città modificando il corso del Seveso con due derivazioni (Sevesetti), una in zona san Marco per alimentare il fossato e un’altra lungo corso Venezia (poi chiamata Acqualunga), per portare l’acqua fino al centro della città. L’acqua del fossato che correva lungo il versante occidentale delle mura era fornita invece dal Nirone e da alcune rogge riunite nel Rile de Crosa o Molia che correva lungo l’attuale corso Garibaldi fino al Pontaccio.
In età romana, le acque del Nirone e del Seveso, che si congiungevano poi poco a Sud della città in corrispondenza di piazza Vetra, alimentavano, opportunamente deviate e regolate, il fossato che correva lungo il perimetro delle mura.