Il Libro
Il Mosaico
Altre Antiche Strade
Unione Fiduciaria
Prefazione

di Marco Vitale

Da trent’anni la mia sede professionale, quella dove si passa la maggior parte della vita, è situata in un piano alto proprio nel cuore della contrada delimitata da piazza S. Alessandro, via Amedei, via Disciplini, via Olmetto (così chiamata da un grande olmo!), via Torino. Mi è sempre piaciuto lavorare in questa contrada centrale di un quartiere di Milano denso di storia e caratterizzato da palazzi maestosi (palazzo Trivulzio, palazzo Archinto, palazzo Brivio, palazzo Recalcati-Prinetti e altri) ma che era anche, sino a non tanto tempo fa, luogo di artigiani e di botteghe, di quella mescolanza tra classe dirigente e gente e luoghi di lavoro e di vita popolare che è stata, a lungo, caratteristica fondamentale di Milano. Un bel terrazzo mi permette di ammirare l’interno degli antichi palazzi ed, al contempo, osservare il tracciato della ragnatela delle piccole stradine, immaginandole animate da un andirivieni di carrozze e di artigiani e commercianti indaffarati.

Tante volte mi sono trovato sul terrazzo intento a fantasticare sulla vita passata della contrada ed ho immaginato la Milano del Sei e del Settecento che, ancora oggi, rappresenta il profilo dominante della stessa. Non avevo mai pensato al profilo della precedente città romana, anche perché Milano (che pure fu: Municipium civium Romanorum dal 49 a.C. e sede imperiale dal 286 al 402 d.C.) ha fatto tutto il possibile per distruggere o nascondere le tracce della città romana.

Ora Laura Poli, incaricata di ripercorrere nel quadro del quartiere, la storia del palazzo Majnoni d’Intignano di via Amedei, in occasione di un importante e meritevole ricupero del palazzo da parte di Unione Fiduciaria, ci fa partire proprio dalla Milano romana. La Poli prende lo spunto dalla scoperta di un prezioso mosaico paleocristiano, tenuto celato ai più, per far rivivere la dimora attraverso la ricostruzione immaginaria della vita di un dignitario romano che avrebbe potuto vivere nell’edificio del mosaico. E ci accompagna per mano a visitare mosaici simili, come quelli di Aquileia e quelli della villa romana di Desenzano, oltre a calarci nella vita della Milano romana. Il racconto si snoda poi verso la Milano più vicina a noi e prende le mosse, opportunamente, dalla ragnatela dei navigli, vanto e fortuna di Milano, che proprio in prossimità della nostra contrada trovavano un ricco intreccio e caratterizzavano alcuni passaggi cruciali della città. Così accanto ai palazzi cittadini la Poli fa rivivere le ville di campagna dei nobili situate sui navigli e soprattutto sul Naviglio Grande, il primo dei grandi canali che hanno, letteralmente, segnato la fortuna di Milano e della campagna lombarda. Nel terzo capitolo l’autrice si concentra sul quartiere e sui suoi grandi palazzi e chiese (soprattutto S. Alessandro) e cerca di fantasticare sulla vita che vi si svolgeva nei secoli passati e sulle persone che lo animavano. L’ultimo capitolo è prevalentemente fotografico per una visita in diretta all’interno del bel palazzo Majnoni. Così questo pezzo di microstoria milanese si allarga verso la storia generale della città per poi ritornare sul quartiere, sulla contrada, sul palazzo.

Mi auguro, come si augura l’autrice, che sia reso possibile visitare il mosaico romano. Ma sono anche convinto che questo libro stimolerà nei milanesi amanti della loro città il desiderio di percorrere più lentamente e con maggiore attenzione questo antico quartiere, assumendo magari come riferimento un perimetro un pochino più ampio (corso Italia, piazza Missori, via Mazzini, via Torino, il Carrobbio, corso di porta Ticinese, via Molino delle Armi; è un triangolo con il vertice in Piazza del Duomo). Se partendo da piazza del Duomo imbocchiamo via Torino incrociamo, subito a destra, la via Spadari (così chiamata perché nei secoli scorsi qui erano le officine di famosi armaioli) nella quale ai numeri 3-5 sono i bei balconi con i ferri battuti liberty di Alessandro Mazzucotelli; dopo la via Speronari, in una piccola rientranza, eccoci alla Basilica di S. Maria presso S. Satiro, capolavoro del Bramante ed uno dei più alti esempi di armonia rinascimentale (da via Mazzini si osserva l’incantevole gioco di cupole e cupoline); il campanile è considerato il prototipo dei campanili romanico lombardi. Ritornando in via Torino a destra è la chiesa di S. Sebastiano, voluta da S. Carlo Borromeo per la cessazione della peste. Subito dopo sempre a destra giriamo nella piccola via Valpetrosa ed al numero 5 troviamo la casa detta dei Grifi con un elegante cortile bramantesco dove nell’800 ebbe sede l’Albergo Gran Parigi, cui faceva capo la diligenza per Pavia. Poi via della Palla e via dei Piatti (con il palazzo Pozzobonelli al n. 4, già creduto dei Piatti e conosciuto come Casa Piatti). E così proseguendo incontriamo la Basilica di S. Giorgio al Palazzo (nome che deriva dalla presenza di un palazzo imperiale romano), la torre del Lombardino (1500, con l’emblema di Carlo V), il Carrobbio (quadrivium), le Colonne e la Basilica di S. Lorenzo, massima testimonianza della Milano romana e paleocristiana (e i nomi delle vie: via Circo, via Arena, via Bagnera (da Bagnarium, terme), S. Vittore al teatro (dal teatro romano) ci aiutano ad immaginare la potente città romana). E poi piazza Vetra, da “castra vetere” sede di accampamenti militari, dove confluivano il Seveso e il Nirone prima di buttarsi nel Vettabia (il cui nome dal latino “vectare” stava ad indicare la sua navigabilità). E poi via della Chiusa ad indicare una chiusa per la regolamentazione delle acque dei vari fiumi e canali che in questa zona si intrecciavano. Piazza Vetra dall’anno 1000 sino al 1840 fu anche luogo di esecuzione dei popolani condannati a morte, mentre i nobili venivano decapitati in piazza del Broletto. Qui, nel 1630, fu compiuto il supplizio del barbiere Giacomo Mora, ingiustamente accusato di essere untore, spargitore della peste (quello della “Colonna Infame” del Manzoni). E poi rientrando verso il Duomo sbuchiamo in S. Alessandro, così bene illustrata dalla Poli, insieme ai palazzi che la contornano.

Questo metodo di partire da punti specifici per fantasticare e ricostruire la vita della città nelle varie epoche, mi piace molto e la Poli lo usa bene. Mi sono sempre piaciute le persone eclettiche e certamente la Poli rientra tra queste, muovendosi disinvoltamente tra varie discipline e fondendo conoscenze e fantasia. Non so se Laura Poli sia milanese, ma so che essa ama Milano. E credo che questo suo studio aiuterà i milanesi, ed in particolare quelli che vivono e lavorano nell’”Antica contrada di S. Ambrogio dei Disciplini”, a conoscerla e, quindi ad amarla di più.

Marco Vitale

Via Cornaggia Milano, 15 novembre 2004