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NOTE

67 Nacque nel 1813 a Milano. Dopo la fuga in Svizzera del padre per motivi politici, e la morte della madre, fu affidata al medico milanese Paolo Acerbi che la diede in sposa, diciassettenne, a Giovanni Battista Mantegazza di Monza. Il suo primogenito, Paolo, acquisterà grande fama per i suoi studi. Nel 1837 rientrò a Milano e si stabilì in contrada di San Giovanni in Conca (tra l’attuale piazza Missori e via Albricci). Paolo studiò nel Collegio di Sant’Alessandro. A Milano nasce il terzo ed ultimo figlio Emilio. Nel 1848, durante le Cinque Giornate, si dedicò alla organizzazione dell’assistenza ai feriti raccogliendo il denaro necessarie alla loro cura. Al ritorno degli austriaci, si trasferì nella villa del padre, a Cannero, sulla sponda piemontese del lago Maggiore, dove si dedicò alla cura dei feriti. Sospettata dall’Austria, potè rientrare a Milano solo nel 1850. Fondò il Ricovero dei bambini lattanti, la Scuola per donne analfabete e la Scuola Professionale femminile, e per ultima l’Associazione delle operaie milanesi. Molto impegnata nella seconda e terza guerra di indipendenza e nell’impresa dei Mille, nel 1862 si spostò a Varignano, presso La Spezia, per organizzare una rete protettiva politica e infermieristica attorno a Garibaldi, ferito e prigioniero. Si spense a Varignano nel 1873; la sua salma fu traslata a Milano nel 1906.

68 In un edificio corrispondente al n. 10 di via Olmetto. Carlo Maria Maggi, il “padre della letteratura milanese”. Nacque a Milano il 3 maggio 1630. Studiò diritto all’università di Bologna. Si dedicò soprattutto allo studio delle lettere e della poesia e cominciò a scrivere versi: madrigali, ottave, idilli, tragedie, canzoni, sonetti, e a frequentare il mondo dei letterati milanesi nelle accademie e nei cenacoli dei signori. Divenne a Milano un riferimento e un modello da imitare, per l’onestà e la rettitudine. Fu professore di eloquenza latina e greca nelle Scuole Palatine. Morì a Milano.

69 Personaggio che incarna il “tipo milanese”, schietto e onesto, lavoratore generoso

70 Al numero 17 di via Olmetto

71 All’altezza del numero 13 di via Olmetto

72 Bruno Pellegrino Porta Ticinese p. 126

73 Silvia Lusuardi Siena Topografia della zona di via Torino fra tarda antichità e Medioevo in Milano ritrovata... p. 147-153

74 Si rimanda alla nota 28 a p. 153 di Milano ritrovata...

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Durante la seconda guerra mondiale, anche altri edifici furono colpiti, ma la decisione successiva di demolirli per fare spazio a nuove costruzioni cancellò le testimonianze di arte e di storia della strada, e anche il ricordo dei personaggi che vi avevano vissuto, come Laura Solera Mantegazza
67 e il poeta milanese Carlo Maria Maggi68, a cui si deve fra l’altro l’invenzione della maschera di Meneghino69.
Quasi al termine del percorso, il passato si ripresenta con il nobile palazzo dei marchesi Brivio
70, le cui attuali precarie condizioni non riescono a cancellare il fascino della struttura. Si hanno tracce dei Brivio fin dal 1100, quando un casato di origine germanica, di Brunswich in particolare, si stabilì nel milanese; nel 1300 un discendente dei Brivio fu tra i riformatori degli statuti milanesi e nel 1377 troviamo i Brivio elencati tra i nobili dell’elenco metropolitano... L’emblema dei Brivio sotto l’egida imperiale raffigura in basso due zampe di leone incrociate e in alto l’aquila coronata.

Vicolo san Fermo
Una rientranza
71, chiusa sul fondo da un cancello, fornirà un’imprevedibile suggestivo scenario alla nostra storia. Ci troviamo proprio all’«imbocco dell’ antico vicolo san Fermo che, serpeggiando dietro i cortili di dimore gentilizie, andava a sfociare sulla contrada Amedei. Il nome gli veniva da una secolare chiesuola che sorgeva presso il suo inizio, sul lato destro. A poca distanza faceva capolino, sull’opposto lato della viuzza, un’altra minuscola parrocchiale, detta di san Pietro in Corte, in ricordo della sede di un qualche giudice minore dell’età longobarda. Entrambe scomparvero sullo scorcio del XVIII secolo»72. Il vicolo era anticamente accessibile ai passanti, ma nel 1818 i proprietari dei contigui orti e giardini ottennero che lo si chiudesse alle estremità con due cancelli. Anche qui purtroppo lo sfruttamento edilizio ne ha irrimediabilmente stravolto il tracciato. Ascoltiamo il Latuada: «L’altra picciola Chiesa, che riguarda verso strada maestra di San Michele alla Chiusa, è sotto il titolo di San Fermo, e da’ tempi antichi è stata Parrocchiale, come al presente, governata da un solo Rettore. GianBatista Paggi nostro Architetto la ristorò con ornamenti di Colonne nella Facciata d’ordine Dorico. [...] ... Sopra la picciola Piazza, che precede la Parrocchiale di San Fermo, si vede ancora l’architettura di una Chiesa, con gli indizj delle finestre, e delle porte, benché ora convertite in uso profano...»
Le sorprese non sono finite. Scrive Silvia Lusuardi Siena
73: «Un caso interessante di probabile continuità di culto dall’età tardo-romana in poi è costituito dal ritrovamento dell’aula mosaicata paleocristiana tra via Olmetto e via Amedei, presso vicolo S. Fermo…». Leggete con attenzione, si tratta della nostra aula con mosaico. «Essa è risultata appartenente a un edificio con più fasi edilizie, documentate da successivi innalzamenti del livello pavimentale, il più recente dei quali costituito da un semplice battuto in cocciopesto su terra. Dall’aula proviene un’iscrizione funeraria cristiana, giudicata del V-VI secolo, mentre in prossimità dell’edificio è stata messa in luce una tomba in mattoni contenente un vaso longobardo74... Parrebbe quindi di trovarsi di fronte a un oratorio sviluppatosi all’interno di una domus signorile romana, mantenutosi come luogo di culto nell’altomedioevo. Il toponimo «vicolo san Fermo» e la menzione nel Liber Notitiae di una chiesa con questo nome non escludono che l’oratorio in questione sia divenuto la chiesa con questo titolo».