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NOTE

59 Lo sconvolgimento architettonico proseguì ancora, nel 1949, per edificare l’albergo dei Cavalieri e creare un’ulteriore strada, fino a consegnare ai posteri la piazza Missori come si presenta oggi. A ricordo dell’assurdità di talune decisioni, rimane solo un moncone di abside (che ormai funziona da insolito spartitraffico) e la cripta del V secolo dell’antica chiesa. La facciata la possiamo vedere ancora, perché fu adattata alla chiesa valdese in via Francesco Sforza

60 Oggi via Mazzini

61 Musicista ambulante

62 Il richiamo “Belle calde le pere!” di quello delle pere cotte. Mestieri milanesi d’altri tempi edizioni Libreria Milanese, Milano 1995, p. 34
63 Felice Venosta Milano e le sue vie Milano 1867, p. 12

64 Bruno Pellegrino Porta Ticinese p. 125

65 Mezzanotte-Bascapè Milano nell’arte... p. 100

66 Al numero 6 di via Olmetto

13

S. Giovanni in Conca
La contrada dei Nobili sbucava un tempo nella affascinante piazzetta di una delle più antiche chiese di Milano, S. Giovanni in Conca. Ma nel 1879, iniziarono le devastazioni: la piazza venne stravolta e la chiesa fu in parte demolita
59, per aprire la nuova via Carlo Alberto60.
Sul sagrato, si è sistemato un sonador ambulant
61, un violinista cieco, che allieta i passanti con melodie ora allegre ora nostalgiche. Sopra la musica, e un aroma invitante, ecco il richiamo irresistibile «Bei cald i peri!»62di quel «dej per cott», il venditore di «pere cotte» che si è installato in un angolo con la sua caldera di rame.

Contrada dell’Olmetto
Fiancheggiamo il fronte in laterizio del collegio-S. Alessandro-monastero dei Barnabiti, che si estende fin qui, infilandoci poi a fatica fra un carretto trascinato da un asino e un gruppetto di soldati a cavallo di ronda, nella angusta contrada di Zebedia che tramanda nel nome il ricordo del turrito carcere romano fondato da tale Zebedeo: nel 1700 si chiamava anche stretta di s. Alessandro per la vicinanza alla chiesa primitiva. Sullo sfondo, palazzo Trivulzio.
Nella piazza, la confusione sta aumentando, e così l’incrocio dei richiami e il vociare, i rumori di carri e cavalli, e delle varie attività in opera. Gli odori si accavallano, ora allettanti ora meno gradevoli.
Diretti a sinistra, incrociamo la contrada dell’Olmetto. Si stenta a credere che Milano avesse un tempo una «grande profusione di alberi d’ogni specie, posti in capo alle vie o ai ponti, o in mezzo alle piazze, ovvero tra casa e casa, i quali davano il proprio nome alla località in cui erano»
63. Ma a ispirarne il nome fu proprio il bell’olmo che frondeggiava quasi dinanzi allo sbocco della contrada dei Piatti, entro l’area del leggendario Palazzo Imperiale dei Romani: il crocicchio anticamente veniva indicato come Ulmus in Palatio64. Proseguiamo nella contrada, un tempo «ombrosa e quieta, ricca di suggestioni e di memorie»65. Ecco il celebre palazzo Archinto66, costruito a metà del XVII secolo, uno dei più importanti di Milano, che era stato continuamente arricchito di opere d’arte, fra cui un ciclo di affreschi realizzato nel 1731 dal Tiepolo. I proprietari, i conti Archinto, lo abitarono fino al 1825. Venne interamente ricostruito, dopo essere stato distrutto dalle bombe.