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NOTE

23 Bruno Pellegrino Porta Ticinese p. 141

24 “O donne, c’è qui lo stagnino”

6

Il «Beccaria», diretto erede dell’antico Collegio S. Alessandro, è quindi il più antico Liceo di Milano, nel 2003 ha festeggiato quattrocento anni di vita. Così lo ricorda Carlo Castellaneta: «… somigliava più a un monastero che a un istituto scolastico… le lezioni avvenivano in un’aula magna che sembrava fatta apposta per sottolineare la nostra ignoranza, solenne e magniloquente com’era. Però in quegli scranni settecenteschi era facile nascondersi, anzi scomparire per sottrarsi alle interrogazioni dei professori, salvo riapparire a lezione ultimata, appena il campanello annunciava la fine dell’ora. C’erano locali misteriosi, che solo pochi studenti conoscevano, a cui si poteva accedere attraverso spaccature nel legno dell’emiciclo, formatesi nei secoli passati… la decrepitezza delle mura, degli arredi, dei banchi, delle lavagne… il Regio Liceo Ginnasio Cesare Beccaria [la] esibiva come un attestato di nobiltà, solo perché in quei cupi corridoi e da quelle cattedre erano echeggiate le voci dei grandi maestri dell’illuminismo lombardo, come ripetevano i nostri docenti a noialtri “bestioni ignoranti”». Fra gli allievi celebri: Giuseppe Parini, Cesare Cantù, Giovanni Berchet, Carlo Porta, Emilio De Marchi, Pietro e Alessandro Verri, Paolo Mantegazza. Qualcuno racconta che «celata tra i chiostri dell’antico collegio-convitto, una botola dava adito a una sorta di buio e tortuoso cunicolo attraverso il quale, si diceva, era possibile raggiungere i sotterranei del Castello…»
23.
Molti mestieri, soprattutto quelli legati all’alimentazione, si esercitano per strada, all’aperto. E qui, essendoci più spazio per via del sagrato della chiesa, è tutto un fiorire di proposte allettanti: si cuociono patate, si frigge il pesce, si vendono polli e trippa. Più presto si arriva e più scelta di posto si ha.
In un angolo, ha sistemato la sua attrezzatura (forgia, mantice, incudine, qualche martello, mazzuolo, lima) anche il calderaio, el magnan, che aggiusta le pentole, attaccando i manici, rattoppando i forellini, rinnovando il rivestimento di stagno. Il magnan lascia di guardia il figlio, e se ne va in giro gridando «O donn, l’è chi el magnan»
24, tornando poi alla postazione con il suo bottino di pentole, secchi e tegami da sistemare.