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NOTE

56 Edoardo Bricchetti Il Naviglio Piccolo del Martesana: una via d’acqua vivente in Cinquecento anni di ... p. 123

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La navigazione sarebbe durata all’incirca sei ore, se non ci si fosse mai fermati e se non ci fossero stati intralci. Ma alcune soste erano inevitabili. Nei salotti dei burchielli si poteva trascorrere il tempo in amenevoli conversari o giocando a carte o leggendo. Anche scrivere sarebbe stato possibile, vista la placidità dello scorrimento senza scossoni sul pelo dell’acqua. La nostra nobildonna forse preferiva lasciarsi andare ai ricordi o alle fantasie della probabile vita che avrebbe condiviso con la sua ospite in città: feste, concerti, teatri, passeggiate, ricevimenti, visite...
La conduzione dei barconi non era facile, soprattutto a pieno carico e quando si doveva passare sotto alcuni ponti dall’arcata un po’ stretta. E i ponti non erano pochi. Relativamente rari i barconi in salita, per lo più carichi di sale e di manufatti artigianali cittadini, trainati da possenti cavalli o da squadre di uomini: una fortuna, questa, perché il passaggio in contemporanea di una barca che scende e di una che risale, a causa dello spazio ristretto e dell’ingombro dell’imbarcazione nobiliare, era, in alcuni punti soprattutto, al limite del problematico.
Alcuni suonatori ambulanti si apprestavano a seguire l’imbarcazione, per un certo tratto. Il loro repertorio toccava molti sentimenti, tristezza, nostalgia, preoccupazione, felicità, speranze. Il freddo materializzava il loro fiato.
Alle sciostre, solito traffico di prima mattina, per acquistare e vendere legna.
Superato il borgo di Inzago, sulla sinistra lo sguardo si perdeva negli ampi campi coltivati, punteggiati da cascine e monasteri e molti mulini. In prossimità dell’alzaia, le stalle di ricovero per i cavalli addetti al traino dei barconi. Filari di pioppi.
Una prima sosta alla conca che si trova nelle adiacenze di Monasterolo. Le operazioni per provvedere al passaggio delle barche dal livello superiore delle acque a quello inferiore monopolizzavano l’attenzione di tutti e rendevano lieve l’attesa.
Nel cielo plumbeo si stava timidamente affacciando un pallido sole. Non più greggi in vista a pascolare, con i cani che le controllavano frenetici. Ecco la chiesa dei padri agostiniani, a cui il duca Ludovico il Moro nel XV secolo aveva concesso il privilegio di attingere acqua dal Naviglio grazie a una derivazione a loro intitolata. I religiosi avevano là edificato un ospizio per ricoverare i monaci malati del convento milanese di S. Maria dell’Incoronata. Oggi nessun pellegrino, tutto tranquillo.
Sulla destra, bosco praticamente ininterrotto, castagni e querce soprattutto.
Dopo che il Naviglio piega decisamente a sinistra, ecco affacciarsi alla riva, fra il gruppo di edifici della località Fornaci, l’imbarcadero e il parco di una villa. Una breve sosta per caricare alcune ceste da recapitare a Milano a una famiglia amica rientrata in anticipo per via di un lutto, e l’itinerario riprende, curvando a destra. Alcune anatre assistono imperturbabili alle manovre.
Talvolta la baronessa Livia si sorprendeva quasi a rimpiangere i mesi estivi, nonostante il notevole impegno che richiedeva occuparsi seriamente, e da vicino, delle proprietà terriere e del loro rendimento. Gli austriaci proibirono «ai nobili delle città di esercitare le arti vili dei commerci e delle industrie. Il Catasto di Carlo VI e Teresiano induceva i proprietari a curare personalmente le proprie tenute agricole per far fronte alle tasse catastali imposte sui terreni di loro proprietà»
56. Era ormai consuetudine che molte donne si assumessero la responsabilità dell’azienda agricola (ma anche di altre proprietà o attività familiari), a causa dei lunghi periodi di assenza del capofamiglia. Ma oltre alle attività agricole, d’estate nella villa sul Naviglio occorreva pensare anche agli ospiti, e quindi allestire per loro, magari in collaborazione con i proprietari delle altre tenute, battute di caccia, serate danzanti, feste campestri, cavalcate mattutine. Nascevano anche dei salotti letterari, prediletti e apprezzati dagli intellettuali: uno di questi, in una villa che si trovava vicino a Gorgonzola, era assiduamente frequentato da Giuseppe Parini.