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NOTE

40 Empio Malara-Paola Milanese Naviglio & Duomo La Conca del Naviglio editore Di Baio, Milano 1988, p. 14

41 «letteralmente, “strada della sabbia”»: Empio Malara La navigazione ducale in I Navigli: da Milano lungo i Canali p. 179

42 Empio Malara-Paola Milanese ibidem

43 Giacomo Bascapé Premessa a Il Naviglio con disegni... p. 13

44 Fabio Varese, nato intorno al 1570, maestro di cappella presso il Duomo di Milano, che abitava probabilmente nei dintorni del laghetto di santo Stefano, vicino al Verziere. Morì nel 1630, forse proprio di quella peste celebrata dal Manzoni nei suoi Promessi Sposi.

45 …sto in una casa / dove non posso mai riposare né giorno né notte / a causa del freddo e del fracasso e dei cattivi odori / Una casa sotto le tegole nella quale quando ci vado / ho sempre cento scalini da contare,
due camere dalla parte dove non c’è mai / in nessun tempo dell’anno un po’ di sole.
Per metà rivolta verso le macellerie, per metà verso il fossato / e si sentono i macellai con i loro coltellacci
che vanno sempre tagliando carne e ossa, / da cui si vedono solo donne che lavano stracci…

Nel primo mattino / ho poi sempre un concerto di carpentieri, / un terremoto di carri e di carretti.
Ma questo è nulla / rispetto al chiasso che fanno i barcaioli / i vitelli da macello con le vacche e i buoi.

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I natanti del Naviglio Grande approdavano con il carico, di materie prime e generi di prima necessità, al laghetto di S. Eustorgio, e là il materiale veniva trasferito sui carri, e in tal modo arrivava poi a destinazione nelle varie zone della città. Quando si trattò di far arrivare il marmo per il Duomo, però, gli enormi blocchi posero problemi per il trasporto, a causa del loro peso e del fatto che non si potevano dividere. Per facilitare tali spostamenti, nel 1388 il duca Gian Galeazzo fece costruire un primo canale che collegava il laghetto di s. Eustorgio alla fossa di difesa della città (Mulino delle Armi). Attraverso il canale che correva lungo le nuove mura, le barche cariche di marmi raggiungevano, con notevole difficoltà a causa del dislivello, il laghetto di s. Stefano in Brolo, alle spalle del Duomo40. Si arrivò a una soluzione nel 1439, con l’invenzione della prima conca dei canali milanesi: la Conca di Viarenna
41, un sistema che, con l’utilizzazione di due chiuse, regolava la variazione del livello dell’acqua per consentire alla barca di transitare e raggiungere il laghetto di Santo Stefano. L’invenzione della «conca» fu estremamente importante per l’utilizzo e lo sviluppo dei canali, perché consentì di regolare il livello di un canale, trasformandone la pendenza da continua a «gradinata». A ogni salto d’acqua corrisponde una conca, cioè un bacino di limitate dimensioni compreso tra due chiuse mobili nella quale è possibile far scendere e salire il livello dell’acqua e quindi delle imbarcazioni in transito. Da quella prima conca di via Arena nacque tutto un sistema di conche, su tutti i Navigli.
Nel 1603, la darsena e il vecchio laghetto di sant’Eustorgio furono trasformati in porto di Milano dal governatore spagnolo de Fuentes; in quello specchio d’acqua, i milanesi facevano il bagno, pescavano e vedevano approdare i «barconi» provenienti dal Ticino
42.

Si può solo vagamente immaginare come trascorreva una giornata qualsiasi nei pressi di questo piccolo porto a cui approdavano le imbarcazioni, straboccanti oltre che «di blocchi lavorati, capitelli, guglie, statue, per la costruzione e la decorazione dell’immensa cattedrale»
43, anche di ogni sorta di materiali e di cibarie. Come ogni porto che si rispetti, sia pure nella sua relativa piccolezza, anche qui frastuono, caos, trambusto, traffico, polvere, oltre ai richiami a voce altissima dei barcaioli e dei venditori, alle contrattazioni turbolente, al viavai dalle osterie per l’indispensabile ristoro, all’andirivieni dei vari artigiani. Chi abitava nei paraggi non doveva certo avere vita facile. Ce lo ricorda in poesia con espressioni esasperate e colorite un musicista44, la cui casa si trovava proprio nelle vicinanze della Fabbrica del Duomo:

«… sto in d’ona ca’
dove no poss dì né nott mai reposà
del frecc e del fracass e del spuzzó;
 
ona ca’ sott i copp che quand ghe vó
gh’hó semper scient basij da inumerà,
dò camer dall’invers dov’ mai no ghe dà
da nessun temp dell’ann on po’ de só;
 
par mezz ai beccarij, par mezz al foss
e se sent i becchè co’ i sû folgasc
che van semper taiand carn’e baloss,
dond se ved domà donn che lava strasc…

In l’ora del mattin
gh’hó pû sempr’on concert de resegott,
de carr e de carrett on terremott.
 
Ma quest el è nagott
respett al ciass che fan i barchirû
i vedei de becché co’ i vacch e i bû…»
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