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NOTE

14 Luciano Zeppegno, Milano sparita edizioni Newton Compton, Milano 20013 p. 142

15 Luciano Zeppegno, ivi p. 146

16 Si tratta di «Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini» (Quello che non fecero i barbari, lo hanno fatto i Barberini), allusione alla famiglia romana, nobile e potente, che demolì alcuni edifici antichi per costruire, con le pietre recuperate dal massacro, i suoi palazzi.

17 Gaetano Pini, Introduzione a Il Naviglio Strenna del Pio Istituto..., p. 5

18 Canto solo i nostri fiumi (quelli di Milano)/i tre Navigli classici e l’Olona/che scorrono tutti i giorni bel bello pian piano/dentro al cuore di questa «Città affacendata»/E questo nonostante l’acqua (se si vuol/guardare di fino)/non è né delle nostre parti/né forestiera, né grama, né di cuore,/ma sempre ragazza e sempre donna anziana./L’acqua è una sola, chiara e tanta:/di mare, di lago, di fosso o di marcita/è l’acqua che è utile e che canta,/è l’acqua sola, che non è mai finita/quella che si beve (da benedire !)/che porta il tifo e che pulisce i panni,/che fa piacere, che tiene fresco, che spaventa/quando furiosa dilaga sopra le campagne;/quella delle turbine e dei mulini,/che fa crescere il riso e fa muovere i motori,/che fa nascere il vino nella tinozza;/che porta il chiaro, di notte, sopra l’amore,/è l’acqua santa, l’acqua del Signore,/delle marcite, delle risaie, dei fontanili,/delle pozzanghere, dei pozzi, degli scolmatori/dei secchi, delle tinozze, dei secchielli…/con tutta questa festa di acqua sana/che si confonde in cielo/l’acqua dei Navigli. (Luigi Medici)

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Una cobbia equivaleva a un convoglio di cinque barche, trainata da cinque poderosi cavalli da tiro.
Lungo l’Alzaia, l’imbarcazione si fermava alle «sciostre», punti di attracco con spazi appositamente attrezzati a magazzeni, porticati ma non sempre, dove venivano depositate le merci, non disponendo la Darsena, pur accessibile ai carri, di grandi aree per il deposito dei vari materiali. Oltre ai magazzeni per le merci, lungo le alzaie si trovavano insediamenti abitativi, banchine, chiese e cappellette.
Il Naviglio scorreva sotto centinaia di ponti in pietra, ad arco e a schiena d’asino, «tutti rialzati per far passare i barconi a fondo piatto, pescaggio bassissimo…»
14. A favore dei mezzi di trasporto terrestre, Milano «sacrificherà quella splendida serie di ponti… che giustificavano il famoso paragone fra la città e una mescolanza di Venezia e Lucca»15. Passando sotto alcuni ponti dall’arcata un po’ stretta, era possibile che il barcone si rovinasse e addirittura che perdesse il carico.
Gli attuali Navigli non sono altro che il fantasma di ciò di cui la città aveva disposto in epoche passate. Infatti, a Milano, dove si trovava un’incredibile quantità di corsi d’acqua, fra cui anche parecchi risalenti addirittura all’epoca romana, nel ventesimo secolo, furono quasi completamente coperte sia le vie d’acqua naturali sia quelle artificiali… Parafrasando un famoso detto
16, che si riferiva ai danni compiuti dalle invasioni barbariche, si potrebbe dire che quello che non riuscirono a combinare i barbari, lo portarono a termine amministratori e politici fra il 1928 e il 1934…!! Sulle piantine della città venne cancellato l’anello azzurro che per otto secoli l’aveva così significativamente caratterizzata, essendo stato rimosso il glorioso canale che aveva reso «tanti servigi, all’agricoltura, all’industria, all’arte, alla viabilità…», che aveva «contribuito alla costruzione del maggiore dei nostri monumenti, il Duomo, dato vita a centinaia di opifici… servito alla navigazione…»17.
L’interramento di questa sovrabbondanza di corsi d’acqua ha generato nel tempo un vero e proprio dissesto idrogeologico: si sta infatti facendo sempre più pressante il problema della falda acquifera, generatasi sotto la città, che durante le frequenti piogge primaverili e autunnali crea allagamenti e altri disastri.
I Navigli non sono più navigabili e hanno perso la loro funzione commerciale. Rimangono come ornamento di una zona… Ma chissà… forse almeno in parte ritorneranno a vivere… Molti lo auspicano.

L’acqua nostrana

«Canti domà i nost fiumm (quei de Milan) i trii Navili classich e l’Olonnache giren tucc i dì bell bell, pian piana rent al coeur de sta «Cittaa truscionna»
E quest anben che l’acqua (se se voeurguardà de fin) l’è minga nè nostrananè foresta, nè grama, nè de coeur.ma semper tosa e semper carampana

L’acqua l’è voeunna sôlla, ciara e tanta:de mar, de lagh, de foss o de marscidal’è l’acqua che la serv e che la canta,l’è l’acqua sôlla, che l’è mai finida;

L’è quella che se bev (de benedì!)che porta el tifo e che resenta i pagn,

che fa gòd, che ten fresch, che fa stremìquand furiosa la romp sora i campagn;

L’è quella di turbin e di molin,che la da el ris e la fa ‘ndà i motor,che fa cristian, in la tinera, el vin;che porta el ciar, de nott, sora l’amor,

l’è acqua santa, l’acqua del Signor,di marscid, di riser, di fontanin,di pociaccher, di pozz, di coladordi sidei, di navazz, di sidelin...

l’è con tutta sta festa d’acqua sanache se sconfond in ciell’ACQUA NOSTRANA»
18.

Il Naviglio Grande, sorto fra il dodicesimo e il tredicesimo secolo, derivava dal Ticino, congiungeva Milano con il lago Maggiore e la Svizzera, e, attraverso il Ticino, con il Po. Preso il via dal Ticino all’altezza di Turbigo, il Naviglio Grande discende poi a Abbiategrasso e di là piega in direzione di Gaggiano, per raggiungere alla fine Milano, dopo un percorso di circa cinquanta chilometri