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NOTE

12 Giacomo Bascapé, Premessa... p. 9

13 Pietro Verri, Storia di Milano cap. XXXII

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Così scriveva Giacomo Bascapé:

«Più si allontana nel tempo la scomparsa del fossato e più il suo ricordo assume un tono patetico e soave; si dimenticano le zanzare e i cattivi odori, e si rammentano soltanto i caratteri pittoreschi del canale: i tramonti incantevoli che si specchiavano nelle acque fra la piazza Cavour e la chiesa di San Marco, i magnifici giardini che ornavano le vie Francesco Sforza, Visconti di Modrone, San Damiano, Senato; i ponti antichi, le torri, le mura, le porte e le pusterle che difendevano la città, lungo il Naviglio»
12.

I canali erano larghi dagli otto ai dodici metri e non avevano in origine protezioni laterali, per cui quando la nebbia incombeva, capitava che qualcuno cadesse in acqua. Soltanto nel Settecento, il conte Gerolamo di Colloredo, governatore di Milano, decise di cingere «di sbarre la fossa interna della città, a difesa de’ passeggeri»
13.
I navigli presentavano sponde rettilinee e in tal modo il traino da terra della barca tramite l’ausilio di uomini o animali da tiro (alaggio) poteva essere praticato più agevolmente, rispetto alle rive di un fiume, dove si sarebbe obbligati a seguire le tortuosità e i dislivelli. Inoltre, la possibilità di regolare il regime delle acque con il sistema delle chiuse, permise una navigazione più tranquilla, non ostacolata da improvvise piene e da sbalzi di portata. Le strade che fiancheggiavano i corsi d’acqua si chiamavano «alzaie».
Una barca adatta a navigare sul Naviglio veniva costruita a partire dal fondo, che era generalmente piatto, per consentire la navigazione anche nei tratti meno profondi. Si trattava di natanti con una serie di piccoli alberi, utilizzati per il collegamento delle funi del traino animale e forse anche come paranchi per il carico delle merci. Queste imbarcazioni erano munite di due lunghi timoni, che ne permettevano la manovra nella fase di risalita e in quella più rapida di discesa.
I battelli su cui venivano solitamente caricate le merci dovevano avere caratteristiche tali da permettere lo stivaggio di una grande quantità di colli. Si doveva prestare molta attenzione alla protezione del carico: il sale in particolare necessitava di un riparo dall’umidità.
Per avanzare sull’acqua, le barche dei Navigli godevano in una direzione della forza della corrente, la via più celere e agevole di navigare. Ma quando risalivano controcorrente, al ritorno, a parte i remi, utili più per manovrare che per avanzare, ricorrevano all’alaggio: tramite dei cavi che venivano fissati alle bitte, cavalli o buoi o anche uomini trainavano il natante da terra, procedendo lungo l’argine. Ovviamente il sentiero su cui camminavano gli addetti al traino doveva rimanere sgombro e in buone condizioni. I cavalli resistevano per quindici-venti chilometri al giorno, mentre i buoi e gli uomini rendevano meno. Quando la corrente contraria diventava sempre più forte e più rapida, per vincerla occorreva aumentare il numero degli animali o degli uomini al traino. A intervalli più o meno regolari, la squadra addetta al traino veniva sostituita da un’altra meno affaticata.
Sulle alzaie si poteva vedere anche il passaggio delle lunghe «cobbie», barche legate le une alle altre per il traino controcorrente in risalita (con un carico molto più leggero e meno ingombrante di quanto non fosse stato nella discesa).