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NOTE

6 Bonvesin de la Riva De magnalibus Mediolani (Le meraviglie di Milano) traduzione di Giuseppe Pontiggia, edizioni Bompiani, Milano 19924, p. 45

7 Giacomo Bascapé Premessa a Il Naviglio con disegni ottocenteschi edizioni Cisalpino-Goliardica, Milano 1982, p. 13

8 Dante Purgatorio Canto XVIII, vv.119-120

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Il canale della Fossa Interna più antica percorreva quindi via Maddalena e via Cornaggia: dal nostro edificio sito in Contrada degli Amedei, si usciva dal portone e ci si trovava quasi immediatamente in prossimità dell’acqua, e quindi dell’imbarcazione che ci avrebbe consentito di raggiungere, lungo i canali e i Navigli, un rifugio sicuro in caso di pericolo, oppure in tempi più tranquilli, le tenute di campagna. Come abitare a Venezia, dove ancora oggi basta scendere le scale, per imbarcarsi e attraversare la laguna e poi il canale del Brenta, fino a raggiungere, sempre via acqua, la villa sul fiume.
Ancora prima del 1000, a Milano e in altre località vicine, come per esempio Pavia, si sviluppò un sistema di navigazione fluviale e marittimo che rese possibile la ripresa di una nuova attività commerciale. La Lombardia divenne anzi un capolinea, per i traffici provenienti dall’Oriente, e «lombardo» equivalse addirittura a «mercante». Da Milano, le imbarcazioni dei mercanti risalivano il corso della Vettabbia, passando poi nel fiume Lambro e alla fine nel Po, per arrivare a Venezia, quindi all’Adriatico, e di là all’Oriente, da cui ritornavano cariche di spezie, di tessuti preziosi e di altre pregiate mercanzie.
L’acqua a Milano. Così importante. Nel 1288, Bonvesin de la Riva scriveva:

«Dentro la città non vi sono cisterne né condutture di acque che vengano da lontano, ma acque vive, naturali, mirabilmente adatte a essere bevute dall’uomo, limpide, salubri, a portata di mano, mai scarseggianti anche se il tempo è asciutto, e tanto abbondanti che in ogni casa appena decorosa vi è quasi sempre una fonte di acqua viva, che viene chiamata «pozzo». Da una indagine diligente, anche se non del tutto esauriente, ho potuto accertare che più di seimila fonti vive assicurano ogni giorno ai cittadini acqua viva. Ve ne sono moltissime le cui acque risultano al gusto quasi saporite e tale è la loro leggerezza che, versate in recipienti di legno o in ampolle di vetro, in poco tempo li imbevono. A chi ne berrà a sazietà non nuoceranno, perché, fini e leggere come sono, circoleranno, non appena bevute, attraverso i pori delle membra e verranno meravigliosamente digerite»
6.

Bei tempi, indubbiamente. Niente a che vedere con i nostri, che foraggiano le industrie, vere e improvvisate, delle acque in bottiglia. Certo sappiamo che «il caro poeta dugentesco era tanto innamorato della città da trovarvi tutto degno d’ammirazione»
7. Ma il comportamento dell’imperatore Federico detto il Barbarossa all’epoca dell’assedio di Milano parrebbe confermare la descrizione dell’autore medioevale. Gli assedianti di una città solitamente interrompevano i rifornimenti idrici delle reti difensive dei fossati. Ma questo non si verificò nel caso di Milano, nonostante l’imperatore germanico mirasse soltanto alla sua totale distruzione. Federico, il «buon Barbarossa, / di cui dolente ancor Melan ragiona»8, non tentò neppure di prosciugare il fossato.